curiosità stroriche padovane  1°

E CASETE DEL PORTEO
Un documento storico
Sto articolo xe sta pescà fora ne l'Osservatore
Veneto, Annuario del 1883, e lo
trascrivemo sensa comenti, parché el ne
fa mancare el fià..
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Il Borgo del Portello ha i suoi lombi magnanimi come un patrizio. Il sangue suo non sarà purissimo né   celeste, tuttavia gli scorre nelle vene Il sangue speciale di ùna razza. .
Taluni mestieri e commerci girovaghi, alcune audaci imprese notturne, qualche scoppio feroce d'amore e di
odio, tutto ciò è caratteristico del Portello.
Innanzi questi fatti dove la miseria sconfina colla disperazione, il buon popolo di Padova usa sintetizzare esclamando «I Portellati!» «I Portellati!» ripetono con untuosa rassegnazione gli amanti pacifici della vecchia Padova.
Come a Londra si fanno vedere tra le rarità i grandi quartieri degli operai, a Parigi il Grand Egout, a Napoli il Basso Porto, anche Padova, cui a limitate misure, s'intendeJ nulla manca, può far ammirare la sua reliquia: il Portello.
Là in fondo di questa borgata, sulla Porta della Città, sta scritto «Omnium Sanctorum». Non si potrebbe dir bene, se con ciò la borgata abbia voluto votarsi a tutti i santi: ovvero se si abbia voluto dire ch'essa sia stata da tutti i santi abbandonata.
In verità parrebbe che al PorteIlo tutti i santi abbian fatto le corna. L'avventura più piccante che storicamente
si conosca è questa: «Avanti la guerra che seguì tra la Repubblica Veneziana e Massimiliano imperatore nell'anno 1509, erano già subito fuori della Città, più di 3.000 case, 7 ospedali per li viandanti, 3 monasteri di
religiosi, 6 monasteri di monache. Una gran parte fu distrutta ed abbruggiata dall'Esercito Imperiale, il restante per ordine del Senato fu gettato a terra». Che dunque quelle Casette siano un mesto ricordo dei tempi felici? Non si può negare ch'esse non diano giusta l'idea, di uno di quegli Ospitali che i lontanissimi nonni edificarono allo scopo. di raccogliere ed albergare pellegrini.
Ma fra i vari dubbi può trovare posto anche il seguente: «Gli altri Ospitali (19 dentro delle muraglie) erano così distribuiti che ad ogni una delle porte della Città, le quali in quel tempo erano dieci, due se ne ritrovarono uno dentro delle muraglie, l'altro nel suburbio. Fuori dunque della Porta di Ognissanti è l'Ospitale di S. Lazaro, e dentro dell'istessa era l'Ospitale di S. Spirito».
O quest'altro: «Dopo l'anno pestilentissimo 1528, gli anni 1529-1530 furono tanto penuriosi di biade, che con mirabile spettacolo molti morirono di fame. Ma tra tutti li casi miserabili, che occorsero in questa carestia terribile, miserabilissima cosa era vedere molti poveri fanciulli che andavano per la Città miseramente tapinando, e morendo di disagi. L'onorato cittadino Sebastiano Ghiara ottenne una casa dalla Confraternita di S. Antonio, nel Borgo Ognissanti, la quale cominciò a servire per ospitale di questi poveri fanciulli». Ma sia l'uno o l'altro, o valga più la comune opinione, che una famiglia patrizia di Venezia ricoverasse in quella casa i barcaiuoli che venivano dalle lagune, certo è che questo luogo e queste case ebbero sempre il destino di ricoverar la miseria. E senza cercar lontane memorie, senza tormentare la quiete del beatissimo e felicissimo Angelo Portenari ed incespicare nelle sue «Felicità», valga meglio soffermarci alle presenti miserie.
Sono dodici queste nere e nefande casette, ma così uguali ed unite l'una all'altra, che vincendo in meraviglia i fratelli Siamesi, ch'erano soltanto due, si potrebbero chiamare le dodici sorelle padovane da un corpo solo!
Una nefandità, di un ammasso lurido, sformato, mostruoso. Forse qualche mesto borgo devastato o qualche remoto paesello sepolto, su, in qualche dimenticata montagna, potrebbe rassomigliarsi a questa immonda
caverna.
Pare la nera e desolata capanna di un pastore - elevata a proporzioni colossali, per rappresentare, qui, tra la civiltà - la barbarie. Ogni casetta è composta di tre piani e dodici stanze. Nelle quattro stanze a pianterreno stanno due famiglie, nelle otto stanze superiori, otto famiglie. In complesso albergano 113 famiglie,. le quali secondo la frase spietatamente livellatrice della statistica, si compongono in media di sei individui. Si calcolano perciò 678 individui colà domiciliati. Un piccolo paese di una grande miseria. 678! anime (comunemente dette) colà imprigionate, confuse, ammorbate, in un solo alveare nauseabondo, stretto, cadente.
Un comunismo completo nella sua più orrida e squallida forma. Tutto è in comune! Il domicilio, cioè l'unica stanza, non occorre dirlo. Essa riunisce qualche famiglia anche di otto o dieci individui, che sono vecchi e bambini, ragazzi e ragazze della più efflorescente giovinezza, che dormono pigiati sopra un solo giaciglio, là, presso il focolare, o sdraiandosi sopra quella stessa tavola che servì nella sera per far cena, e servirà il domani a mangiar l'affumicata polenta.
Le parentele e gli affetti si mischiano e si confondono coll'età e coi sessi. Le malattie colla salute. L'abbrutimento del vizio insidia la coscienza della virtù.
Lì tutto, di tutto, per tutto. Le scale, le porte, promiscue e comuni, come l'unico pozzo pubblico, nel quale si attinge e s'immerge da tutti, colla più dissoluta libertà. Il quale pozzo mostra, a certi torbidi segni, di essere
talvolta in comunella con certe altre cisterne di altro genere e di pertinenza delle casette.
Queste cisterne si trovano in una striscia di terra larga circa due metri, la quale internamente rincorre ed accomuna le casette stesse. Per ognuna delle quali, ridosso al muro, stanno esposte all'aria aperta certe sedie comuni, sulle quali comunemente siedono i rispettivi inquilini, per fare in comune le loro più comuni faccende.
Gli abitanti dei piani superiori poi, fanno le loro trasmissioni per mezzo di certo vassoio, che dal corridore sporge da un balcone del rispettivo piano che essi occupano.
In due casette, che da ultimo si sono rintonacate, si pensò di semplificare questo sistema c!Jsì liberale, e si concentrò tutto nel sottoscala. Liberissimo sottoscala in libera .casetta. Un pensiero profumato di pudore!
Di serramenti, di ripari, di finestre inutile parlarne. Poche o punte, di cotali superfluità. Dalle furie dei venti, o dei rigori delle stagioni, chi ha tempo laggiù di occuparsene? Dai soffitti, se la pioggia non ha discretezza, piove sui letti.
Ma che delicatezze son coteste! Quella gente non porta mai ombrello, ed all'acqua è bene. avvezza.
Poi all'asciutto, quelle case non lo sono mai; oppure qualche volta nel mese di luglio... e, si sa già che l'abitudine, è una seconda natura. È forse per questo che da qualche tempo mancano «i scuri. a molti balconi, o perché in certi momenti melanconici i «scuri» servono benissimo a far bollire la polenta, tal quale
come la legna. Ed è ancora per questo che nelle case da ultimo ristaurate si pensò bene, dicesi, a «non metter le imposte».
Ma con tutto ciò il fitto. sarà tenue? Relativamente sì, assolutamente no, perché quelle camerette pagano 36lire l'anno, come avessero ciascuna il valore di 600 lire circa.
Ma . si ammalerà orribilmente in quelle catapecchie? Non troppo, e non oltre il necessario. Perché malati bisognerebbe andar all'ospedale.
E in verità parrebbe' che in confronto dovesse sembrare una fortuna andare laggiù a chiudersi .in bei stanzoni, sani, arieggiati, puliti, e .dove si può mangiare senza darsi pensieri! .Ma nullameno i Portellati preferiscono' ancora allo Spedale le loro tane. Sono leoni imprigionati e svigoriti nella miseria, ma che conservano tuttavia l'amore ardente delle loro selve.
Sarà un mese, visitai una di quelle stanze. Due metri e cinquanta di altezza, 3 di larghezza, 5 di lunghezza. Dunque un'area di 15 metri quadrati! )7 metri cubi d'aria. Dormono là dentro 8 individui, ai quali tocca constria a ciascuno· 2 metri quadrati, e 5 metri 'cubi d':aria!.·Non soffocano per.clié Ù· fiJ)é~t~one sopra il focolaio non si 'chiude mal, perché non c'è invetriata 'sull'unico balcone, perché il vecchio .~(sçuro» sdruscito si chiude solo la notte fermandolo con' un pezzo di corda ad un chiodo infisso nel muro, e lascia poi passare e mutarsi l'aria dalle larghe fessure. Le pareti della stanza sgretolose, sucide.
Il solaio qua e là conserva la memoria di alcune pietre cQtte,'ma è quasi tutto terriccio. Le travi del 'soffitto sono d'ebano. Ma tranquillizzattwi! è il fumo del focolaio che con lento lavoro di moltissimi e molti anni colorì quei legni colle sembianze della ricchezza.
Otto individui dormono lì dentro. Marito e moglie nel pomposo letto matrimoniale con due ragazzine di6 ed
8 anni. Al di sopra del letto c'è l'immagine della Madonna.
Due' pagliericci, lungo la parete a destra, servono per due ragazzi di 13 e 14 anni. Hanno sopra la testa il ritratto di Vittorio Emanuele. Un lettuccio a sinistra serve per un ragazzo di lO ed una ragazzina di 12 anni
(Si vogliono tanto bene, dicono!). E sopra quel letto c'è una bella cornice, un bel foglio colorito. È un attestato di Premio di 2a elementare, colla firma del Sindaco di Padova.
La buona donna che mi condusse a vedere il  suo palazzo - come lo chiamava lei - aprendomi la porta mi disse: Badi, vogliamo far piano per non spaventare le tortore. Perché, forse per tema di essere in pochi, quella povera gen. te tiene in giunta anche due tortore. Le quali saltellano nell'armadio e beccheggiavano
scarsi granetti di mangime.
Si direbbe non mancasse nulla, ma quella: donna mi diceva con ansia affannosa che là si sta molto male, non ci si può vivere, perché, diceva, l'anno scorso ho avuto la disgrazia che mi morì una bambina di 4 anni, là su quel letto là. - Che avesse veduto che bel pometto che era la poveretta! - E quella donna piangeva!... Alla finestra c'era anche una vecchia pentola nera e c'era dentro un garofano rosso, in fiore! - Quanta sincerità, e quanta eloquenza in quel mondezzaio. Ma mi sentiva mancar il respiro. Il mio naso era offeso da quell'aria fetente, il mio cuore si sentiva contorcere a tanto miserando spettacolo! Che cloaca! Che orrore! dissi.
Ma anche qual immensa vergogna per Dio! aggiungo adesso. Certo il proprietario ch'io non vado a cercare chi sia, se ne trae una rendita grossa, fa bene od almeno avrà le sue buone ragioni per farlo. Ma deve esserci chi gliela paghi, gliela compri e tolga così tanta e così nefanda offesa alla morale, all'igiene, alla  'dignità umana.
Oh! come non ricordare i tempi antichi quando Padova aveva 621 chiese, 117 monasteri, 23 Confraternite e 45 ospedali, che tutti poco o molto pensavano ai poverini Chi è questo clericale? si dirà. - Sicuro. «A detta d.i Caino - Abele era codino». Ma finché perdura e si lascia perdurare cotanta miseria, è lecito melanconicamente pensare fin dove e fino quando il pensiero civile potrà surrogare il pensiero religioso, fino dove la sapienza del cuore potrà essere surrogata dalle leggi sociali. Questo è il quesito, e non si tratta nè
di Destra nè di Sinistra, nè di Monarchia, nè di Repubblica, nè di Papato. Le casette del Portello sono un piccolo segno, ma 'possono ammaestrare!
Sarebbe proprio un matto malvagio, da lapidare - colui che gridasse all'incendio perché arde un zolfanello.   Ugualmente colpevole di quel savio, che per non guastarsi la digestione, e non turbare la olimpica serenità della sua quiete, assicurasse... che l'incendio non è altro che un cerino acceso. No! No Non valgono al caso concreto le imperturbabilità aritmetiche. Non basta fare una spallata stoica - non basta neppure ahimè! l'intrepida celia. Per giudicare e discutere - in coscienza bisogna vedere e magari - si scusi la licenza - toccare.
* * * * *
Ne l'Arca del 1982 vegnéva riportà un articolo del «Giornale di Padova» del 1870 che metéva in risalto le condission miserevoi de ste caséte, e lesendo desso queo che diséva «L'Osservatore Veneto» del 1883 vien spontaneo da considarare che, seben che fusse passà 13 ani, gninte gera sta fato par darghe na sistemada.
Dopo però, forse anca par merito de sto ultimo articolo, calcossa xe canbià, tanto xe vero che, come che se poe védare dala pianta messa ne l'Arca del 1975, e fameje che ghe stava nei ultimi tenpi le gera 90, e no più rintanae su na camara sola. Co xe rivà l'aquedoto, nel borgo xe sta messe do ponpe e cussì xe sparlo el posso, che no pare el fusse proprio tanto igenico. Anche i.. servissi ga vudo ez so canbiamento e, al posto de'l fosso, che xe sta stropà, e dee «sedie comuni» ogni numaro de casa gheva in corte vissìn a la murèta el so scabiosso de legno; mancava el water, ma almanco no se vedèva serti panorami e nel stesso tenpo se lontanava el... profumo da soto i balconi. .
Se vede che de mejo no i xe sta boni de fare, parché no rivandoghe l'aqua c.orente, restava senpre... tuto stagnante!
Ma insoma qualche progresso el gera sta fato.

LA VITA DEL PORTÈO
Che spaca le mura, gavémo un gioielo...
Fra tute le Porte ghe ze anca el Portèo.
Un'opera d'arte che ga vossùo fare
chi che 'sto quartiere savéva apressare.
Le done dela «Nave» fazéa salotin:
carega sula porta e in brasso un putìn
Castagne, bagigi, i gera gran festa
e, forse, anca séna per zente modesta.
Sui cagoli, la sera, 'na pasegiatina
par vère motivo dela ciacoladina,
sparlando dei altri, opur de cusìna.
I tosi, par godarse qualche pocheto,
a tute le tose fazéva dispeto.
Più tardi i saludi e po' tuti in leto.
Licia Oliosl

NEL PALASSO
DEI CONTI GAUDIO
Ghe xe al Portèo na casa co e statue in sima al sarvèo: Xe statue inportanti che fa el Portèo più beo. G. Munaron

 

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